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Il piacere del restauro
Intervista a Cristina Frua De Angeli
Oltre che presidente dell'Università
internazionale del secondo rinascimento, lei è scrittrice
e presidente della casa editrice Spirali. Quando e perché
è incominciata questa attività di coordinamento dei
lavori di restauro e di arredo, ormai giunti alla conclusione, della
Villa San Carlo Borromeo?
È una lunga storia. Nel 1983, l'Università
internazionale del secondo rinascimento ha acquisito dalla famiglia
Borromeo la Villa e il parco, lasciati da oltre vent'anni
in stato di abbandono. Il terrazzo era crollato, il tetto era danneggiato,
gl'infissi erano rovinati. L'edera aveva eroso i muri
e il parco era quasi inattraversabile. Il primo importante restauro
mirava, quindi, alla salvaguardia dell'edificio.
Da allora, il restauro è proseguito fino a oggi, con criteri
rigorosamente conservativi, grazie anche alla collaborazione di
esperti, consulenti, tecnici, storici, filologi, ingegneri, architetti,
sempre sotto la direzione della Soprintendenza ai beni Ambientali
e Architettonici di Milano. Esso ha riguardato il parco, fra l'altro
reinserendo, con rigore filologico, piante scomparse negli ultimi
due secoli; l'edificio principale; i tre Musei del parco;
il Museo della Ghiacciaia; la peschiera; il muro di cinta e i tre
cancelli d'ingresso.
Sono stati compiuti approfonditi e accurati studi storici, archeologici,
filologici, geofisici, statici, architettonici, pittorici, riscontrando
ciascuna volta la linguistica specifica di questo restauro: sculture,
camini, archi, cancelli, stemmi, statue, infissi, balconi, portali,
porte, marmi, disegni, pitture. Impiantistica, illuminazione, telematica,
arredi, opere d'arte, mobili: tutto è stato selezionato
e definito in ciascun dettaglio, e è entrato a fare parte
integrante del restauro come restituzione in qualità.
Oggi, la Villa è la sede dell'Università
internazionale del secondo rinascimento, della casa editrice Spirali,
di fondazioni e associazioni di carattere socioculturale, ospita
congressi, corsi, seminari, riunioni conviviali di enti pubblici
e privati italiani e stranieri, e è anche la sede di un Museo
permanente e di un Museo per grandi mostre. Ma è anche l'icona
del secondo rinascimento, il salotto intellettuale, imprenditoriale
e finanziario di Milano, il palazzo del turismo culturale e artistico.
La Villa ospita, inoltre, l'Hotel Villa San Carlo Borromeo,
a cinque stelle lusso, il Ristorante The City, il Borges Café.
Che cosa ha comportato un restauro così complesso?
A un certo punto, è intervenuta,
da parte mia, la decisione di assumere la responsabilità
e la direzione di questa immensa opera. Occorreva seguirla, giorno
per giorno, con un coordinamento e una direzione costanti, per evitare
errori, ritardi e sprechi. Questo ha comportato una collaborazione
strettissima con gli architetti, gli ingegneri, i tecnici, i consulenti;
una ricerca in tutta Italia, ma sopra tutto in Lombardia, di artigiani
e di personale specializzato; lo studio di questioni tecniche e
tecnologiche che esulano dall'ambito dei miei studi. Non potevo
certo imparare tutte queste cose ma occorreva, parlando con i tecnici,
capire. È seguita una scelta accurata dei materiali, rigorosamente
nell'ambito di ciò che esisteva già nella Villa:
marmi, beole, graniti, cementi dipinti, legno. Abbiamo utilizzato
alberi del parco, tagliati perché colpiti da un fulmine o
malati, per il restauro dei pavimenti. In ciascuna stanza siamo
entrati con il legno dei nostri alberi: rovere, acero, frassino,
pino.
Restituire quel che non c'era comporta stabilire l'originario?
Dal lavoro di redazione, di traduzione e
di cura dei libri, dalla clinica, ho imparato che, quando traduciamo
un testo non dobbiamo entrare con la nostra idea, fosse anche la
più bella, ma dobbiamo cercare di restituire in un'altra
lingua quel testo. Possiamo non essere d'accordo con l'autore,
pensare che una frase noi l'avremmo scritta in un altro modo,
ma quello è il suo libro. Accade la stessa cosa con il restauro.
Ci accostiamo a un edificio, e ci lasciamo guidare dagli elementi
architettonici, dai muri, dai soffitti, dalle volte, dalle discrepanze,
dalle anomalie. Entriamo in una stanza e stiamo lì, senza
fretta, ascoltiamo che cosa ha da dirci: dobbiamo abbandonare la
nostra soggettività e lasciarci influenzare dall'aria
di quella stanza, assecondare il suo silenzio.
All'inizio, ci salta agli occhi il difetto, ci respinge il
degrado, la bruttura, l'oscenità di una crepa, di una
scrostatura. Poi, cominciamo a percorrerla e a toccarla, superando
il rigetto, la prima impressione. Sotto l'intonaco i muri
sono vivi. Incomincia così la storia di un restauro. Il nostro
intervento sarà secondo la piegatura. Certo, tendiamo nella
nostra idea di perfezione a escludere tutto ciò che disturba,
che è inarmonico. Ma siamo costretti, via via, a divenire
più tolleranti. Anzitutto, non sempre si possono fare le
cose che si vogliono, perché materialmente o tecnicamente
impossibili, e quindi bisogna trovare combinazioni nuove. A volte,
è l'artigiano a suggerirle: bisogna essere pronti all'imprevedibile
e a modificare. Quella che era stata prevista in un certo modo diventa
un'altra cosa e quest'altra cosa deve essere portata
alla qualità, non bisogna impuntarsi. Ci sono errori che
possiamo fare noi ed errori di chi esegue il lavoro. Per esempio,
un pavimento dove non si sono misurate le quote con attenzione può
richiedere uno scalino imprevisto. Bisogna tollerarlo e accoglierlo,
renderlo prezioso, fino a farlo diventare un elemento architettonico
indispensabile in quel testo.
Ciascun giorno sfugge qualcosa che tu non vorresti, qualcosa che
andava fatto in un certo modo e che viene eseguito scorrettamente.
Prima, questo mi dava un dispiacere fortissimo, quasi intollerabile.
Poi, ho imparato, parlando con i manovali, i muratori, a trovare
un modo, non per rimediare, ma per fare rientrare anche quella variazione
nel progetto.
La cosa importante è il ritmo: incominciare un lavoro e portarlo
a termine, fino all'ultimo piccolo dettaglio. È la
cosa più difficile, il passaggio dal cantiere alla definizione
del dettaglio. Chi si affeziona al cantiere lascia sempre qualcosa
di non compiuto, un segno di sé. Occorre, a un certo punto,
decidere di uscire dalla stanza dove abbiamo lavorato per mesi,
e chiuderci la porta alle spalle. Lavorare tutto il giorno con uomini
non è facilissimo. Per giunta, io non sono né architetto
né ingegnere. E però devo farmi ascoltare da uomini
che, di solito, rispondono solo a altri uomini.
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I passaggi difficili sono quando ciascuno
fa il suo lavoro, ma non s'interessa di quello dell'altro.
“Io faccio i lavori d'idraulica”. “Io faccio
la parte elettrica”. “Io faccio il cablaggio e passo
solo con i miei cavi”. Mondi paralleli che non s'incontrano.
Ma quando occorre concludere un lavoro che comporta l'integrazione
di tutte queste figure, è indispensabile far capire a ciascuno
che per la riuscita non basta che egli faccia la sua parte, deve
fare in modo che si giunga alla conclusione, dove c'è
il suo lavoro accanto a quello degli altri.
Occorre fede, entusiasmo e determinazione, e tantissimo lavoro,
perché le persone lavorano nella misura in cui ti vedono
lavorare. Bisogna che si dispongano dispositivi differenti e vari,
e una forte identificazione: una missione. Chi posa le liste di
legno sul pavimento sa che quel pavimento resterà dopo di
lui, e anche dopo i suoi figli, i nipoti e i pronipoti, sicché
ha da trarre fierezza da questo suo lavoro. E se lui posa una lista
storta, resterà storta per i prossimi cento anni. Questo
è anche l'aspetto interessante, dire: “Ora lei
ci mette mezz'ora in più, ma consideri che questo resterà
qui per i prossimi cento anni”. Così, con un po'
di gioco si riesce a intervenire.
Poi c'è tutto un lavoro accanto, che avviene nella
ricerca dell'arredo, dei mobili. Questo nel giro di tre anni,
nelle varie collezioni, in case private.
Tu scegli i mobili, ma non sai dove andranno,
perché non è come in quei lavori a contratto, dove
tutte le camere sono uguali: duecento letti, cento scrivanie, e
via. Qui abbiamo raccolto, nel corso degli anni, bellissimi mobili
e poi ciascun mobile ha scelto la sua stanza: tu li metti lì,
lungo quell'ampio corridoio, quasi una galleria, uno accanto
all'altro, e incominci a provare: vediamo se questa scrivania
si trova bene nella camera del Principe, sotto la finestra, se è
proprio questo il suo posto o se invece preferisce la camera di
Ernesto Breda. Una grande libertà. Accade così nelle
case, dove man mano mobili e arredi, oggetti e suppellettili, libri
e dipinti si aggiungono e si integrano negli anni, secondo combinazioni
e stratificazioni varie, e sono quegli oggetti, quelle sedie, quei
mobili a parlarci dei nostri cari.
Qual è il profitto intellettuale che ha tratto da quest'esperienza?
Questo lavoro quotidiano ha comportato per
me un'elaborazione importante, e costituisce la base per il
prossimo libro. Le belle case sono nella mia storia, mi hanno accompagnato
nel corso degli anni. Fare della casa un albergo è il colmo
dell'elaborazione, comporta che la casa non abbia più
nulla di domestico e, tuttavia, indica che ciascun ospite viene
accolto come in una casa. A volte, io penso anche come l'ospite
— l'ospite che tu non conosci, neanche il tuo amico,
l'ospite ignoto — considera queste stanze, penso a quando
poggia lo sguardo sulla tenda, su una cornice, un dettaglio, che
gli fa dire: “Vedi, chi ha avuto cura di questo dettaglio
ha pensato a me”.
Per lavorare e indurre altri a farlo sono
costretta a raccontare. È un processo di valorizzazione che
avviene man mano. Non si può lavorare avendo come scopo il
guadagno, certamente, però sono convinta che alla conclusione
questo guadagno ci sia. Questo lavoro sarà portato come esempio
di restauro in Italia: una restituzione non in pristino, ma in qualità.
Con quali criteri ha combinato le esigenze dell'architettura
con quelle dell'arredamento?
L'arredamento non deve coprire l'architettura,
sono più importanti i muri. L'arredamento deve integrare,
non coprire. Ho visto bellissimi palazzi dove l'arredamento prende
il sopravvento. C'è una bellezza dei muri, e anche della
materia. In certe case l'arredamento è fatto con la fobia
dei muri, coperti con strati di stoffe. Poi, la Villa ha qualcosa
di molto sobrio, nasce così, non bisogna forzare questa sua
sobrietà.
Questa Villa è grandissima. Quando ho incominciato, ogni
giorno dovevo conquistare un metro, due metri, dieci metri: a prenderla
nella sua immensità, c'era da arrendersi subito. E poi, qui
si tratta proprio di una linguistica del restauro. Come quando scrivi
un libro e la notte ti viene in mente una frase, un'immagine, significanti,
un giro sintattico, ti trovi in un processo di scrittura, anche
quando non sei a tavolino. Lo stesso avviene per il restauro: a
un tratto, ti viene in mente un dettaglio e una soluzione a cui
non avevi pensato, un colore. Bisogna prendere appunti, annotare,
scrivere, calcolare, disegnare.
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